Peccato non avere nemmeno una foto. Certe avventure da brivido restano nella mente come nel cuore, in questo caso anche nelle ossa... Sembra passato un secolo da quell′inverno. Incontenibile la gioia di possedere la mia prima maximoto, così si chiamava a quei tempi qualsiasi "ferro" oltre i 500 cc. La mia era rossa e bianca, un mille in ghisa alieno che vibrava, con un′accelerazione pazzesca anche se di concezione antiquata. Ero fierissimo proprietario, il sesto, di un XLS Roadster del 1980. Il buon senso invitava ad aspettare la bella stagione; tornando da Cantù a temperatura sottozero, appena firmato il passaggio di proprietà, avevo fatto quattro volte il giro del quartiere prima rientrare nel garage. Tanti pensavano che si trattava di una moto d′epoca, ma i cerchi in lega e i freni a disco non quadravano. Molti credevano che la vecchia Casa americana avesse chiuso da tempo; altri chiedevano stupiti se si trattasse proprio di una Harley-Davidson, quella americana. Morivano dalla voglia di grattare con l′unghia l′adesivo sul serbatoio. «Ma è uguale preciso a quello della Aermacchi 350 di mio cognato, giù al paesello» Festeggiato con gli amici al bar il mio nuovo acquisto, qualcuno lanciò la folle idea di partire nel fine settimana per un motoraduno invernale sopra il lago Maggiore, in montagna, al confine con la Svizzera. Con l′incoscienza dei vent′anni, conoscenza sommaria della moto e un abbigliamento tutt′altro che tecnico - tuta imbottita in pelliccetta sintetica tipo carrista tedesco e giubbottone della R.A.F. Anni 40 - infilai guanti e occhialoni: casco aperto, bandana e via. Tutto filò inspiegabilmente liscio, proprio vero che la fortuna arride agli audaci. Peccato che al ritorno, dopo una notte intorno a un falò, battevo i denti talmente forte che pensavo avessero preso gioco le punterie...
LOWRIDE 209 Gennaio 2026
© LOWRIDE | Gennaio 2026





















